L’intelligenza emotiva come rimedio all’overthinking
Mi è capitato stamattina di leggere una riflessione sull’overthinking - in un articolo apparso sul Washington Post - e su quanto questa tendenza a rimuginare prosciughi le nostre risorse cognitive. Sia nel lavoro, che nella sfera personale, l'incertezza ci spinge a cercare il controllo attraverso il pensiero continuo, ma finiamo per trovarci bloccati nella paralisi dell'analisi. Esiste un modo per uscire da questo loop attraverso l'intelligenza emotiva.
Possiamo definire l’overthinking come quella tendenza a rimuginare ossessivamente su decisioni passate o a proiettare scenari catastrofici sul futuro. L’overthinking può essere molto impattante in quanto attiva dei meccanismi di risposta allo stress che, se si verificano frequentemente, possono risultare molto pesanti in termini di dispendio di risorse cognitive.
Nel contesto professionale moderno, dove incertezza e velocità sono sempre più presenti, il rischio di cadere in pensieri ripetitivi e improduttivi è molto alto.
A volte per superare la paralisi dell'analisi e ritrovare la chiarezza, non serve "pensare di meno", ma imparare a sentire meglio. In particolare, occorre fare affidamento a due dimensioni importanti dell’intelligenza emotiva: l’autoconsapevolezza e la motivazione.
La trappola del pensiero ricorsivo
L’overthinking si manifesta come un loop e può assumere diverse forme:
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Preoccupazioni per il futuro, legate all’andamento di una particolare attività o a cosa potrebbe succedere o andare storto - “Il cliente non sarà mai soddisfatto di questo progetto” - “E se poi non si presenta nessuno, con tutti i soldi che abbiamo speso per l’evento”.
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Pensieri negativi che spostano il focus sempre al passato - “Avrei dovuto esprimere le mie osservazioni in modo diverso” - “Queste partnership le abbiamo già fatte in passato e abbiamo sempre preso cantonate”.
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Paralisi da eccessiva analisi
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Pensieri intrusivi che improvvisamente si fanno strada nella mente e distolgono l’attenzione.
Questi pensieri rappresentano un tentativo della nostra mente razionale di controllare l’incontrollabile. E non sono necessariamente sbagliati, a volte possono essere decisamente utili per fare delle riflessioni accurate e controllare altre tipologie di fallacie come il wishful thinking o l’eccessiva confidenza. Il problema nasce quando diventano ricorsivi, statici e improduttivi nel senso che non sono seguiti da azioni concrete. In questi casi il pensiero eccessivo consuma una quantità enorme di energia mentale, la stessa energia che ci servirebbe per essere creativi, empatici o semplicemente presenti nel nostro lavoro. Quando rimuginiamo, la nostra capacità di prendere decisioni non migliora; al contrario, si degrada.
L’autoconsapevolezza: osservare e comprendere il pensiero
Il primo passo suggerito dagli esperti per interrompere questo circolo vizioso coincide perfettamente con il primo pilastro dell’Intelligenza Emotiva: l'autoconsapevolezza.
Essere consapevoli non significa solo sapere "cosa" stiamo provando, ma riconoscere i pattern di pensiero nel momento in cui si presentano.
In ambito professionale, sviluppare autoconsapevolezza emotiva significa comprendere che l'overthinking sulla consegna di un progetto potrebbe non essere dettato da una mancanza di competenze, ma da una paura sottostante del giudizio. Se non diamo un nome a quella paura, continueremo a correggere e ricorreggere quel file all'infinito, convinti di fare un "lavoro di precisione", quando in realtà stiamo solo subendo un'ansia non gestita.
Sviluppare l'autoconsapevolezza ci permette di riconoscere e nominare correttamente i nostri stati emotivi. Nel momento in cui diciamo a noi stessi: "In questo momento sto pensando troppo perché mi sento insicuro riguardo a questa decisione", togliamo potere al pensiero ossessivo. Creiamo uno spazio tra noi e la nostra mente, e in quello spazio risiede la nostra libertà di agire.
Motivazione intrinseca e validazione esterna
Come menzionato sopra, il nostro dialogo interiore può essere uno strumento molto importante in quanto ci permette di riflettere, pianificare, “testare” conversazioni importanti, motivarci verso gli obiettivi e in generale dare un senso a ciò che ci accade. Quando però diventa negativo, ossessivo e improduttivo ci toglie risorse preziose.
Perché a volte pensiamo troppo? Spesso lo facciamo perché siamo spaventati dall'idea di fare brutta figura agli occhi degli altri. Questa è una motivazione estrinseca: il nostro motore è il desiderio di approvazione o il timore della critica. Quando la nostra guida è esterna, l’overthinking può diventare un meccanismo di difesa per cercare di prevenire ogni possibile errore sociale o professionale.
L’intelligenza emotiva ci sposta verso la motivazione intrinseca. Chi è guidato da valori interni, dalla passione per il proprio lavoro e da una visione personale, può vivere l’incidente di percorso o l’errore come una momentanea deviazione, non come un crollo dell’identità.
Se agisco per un obiettivo che sento mio, il mio pensiero si orienta alla soluzione ("Come posso risolvere questo problema") invece che alla colpa ("Cosa penseranno di me se non lo risolvo"). La motivazione intrinseca riduce il rumore di fondo dell'overthinking perché ci supporta nel processo decisionale aiutandoci a focalizzarci sugli aspetti realmente importanti - ad esempio “accetto di cambiare mansione perché questa scelta è coerente con il percorso professionale che mi sono prefissato”.
Strategie per contrastare l’overthinking
Come accennato sopra, il primo passaggio per passare alla pratica consiste nello sviluppare autoconsapevolezza, in modo da riconoscere tempestivamente eventuali “inneschi” e gestirli correttamente.
Ecco alcuni spunti di riflessione:
Accogliere i pensieri ed etichettare le emozioni: spesso quando ci si rende conto di avere pensieri ricorrenti che girano a vuoto, la tentazione è di rimuoverli e di forzare il cervello a fermarsi. Questa risposta è perfettamente comprensibile, ma a volte può essere controproducente - così facendo stiamo dicendo al cervello che in effetti i nostri pensieri sono pericolosi e quindi finiamo per dargli ancora più importanza.
Il consiglio è quindi osservare invece che affrontare direttamente; dare un nome all'emozione (ansia, frustrazione, inadeguatezza) attiva la corteccia prefrontale e riduce l'attività dell'amigdala, il centro dello stress.
Accettare l'imperfezione come strategia: contrastare l'overthinking significa scardinare il perfezionismo, accettando l'errore come componente essenziale dell'evoluzione umana.
In questo processo, il linguaggio gioca un ruolo chiave: il dialogo interiore in seconda persona ('tu') favorisce il self-distancing. Questa tecnica crea uno spazio riflessivo che ci permette di applicare verso noi stessi quell'auto-empatia che spesso fatichiamo a concederci.
Distinguere tra riflessione e rimuginio: la riflessione è orientata all'azione e ha un termine. Il rimuginio è circolare e sterile. Se dopo interminabili minuti di pensiero non hai trovato una soluzione o un nuovo punto di vista, probabilmente sei entrato nella zona dell'overthinking. È il momento di staccare e cambiare attività, anche se minima; l’importante è canalizzare l’energia prodotta verso una qualche forma di azione.
Migliorare la propria consapevolezza e mettere in pratica queste strategie non è sempre semplice, soprattutto quando l’overthinking è ben radicato e “allenato” da una pratica pervasiva e ricorrente.
Smettere di pensare troppo non significa diventare superficiali, ma avere il coraggio di fidarsi della propria preparazione e dei propri valori. Significa capire che la qualità della nostra presenza nel momento in cui le cose accadono è spesso tanto importante quanto la quantità di scenari che abbiamo previsto.
Massimiliano Pesce, Business Relationship Manager